Il maestro di corte

 

C'era una volta una dama, come tutte le dame che si rispettino viveva in una corte. Si narra che il suo nome fosse Lirga, ma in realtà non v'é certezza in merito a ciò, così come non é certo il nome del maestro di corte che con lei e' protagonista del racconto, Azha. Costui era da molto tempo tempo incaricato di organizzare tutte le faccende del piccolo regno. Azha si dava un gran daffare affinché i suoi sovrani non avessero a lagnarsene. Il suo era certo l'incarico di maggior prestigio e lui ne andava molto fiero. Un giorno, il re decise di affidare a Lirga l'organizzazione di una festa, Lirga chiamò i maggiordomi e diede inizio ai lavori. Poi chiese un incontro col maestro di corte, quando Azha la vide ne fu colpito, la sua bellezza era tale da oscurare l'intelletto. Al primo incontro ne seguirono altri ed altri ancora ed ogni giorno i due si conoscevano sempre meglio, il maestro si stava decisamente innamorando, immaginate la sua disperazione quando scoprì che la dama era impengata con un prode cavaliere. Non potendosi confidare con nessuno, Azha incominciò ad intristirsi, i giorni trascorrevano monotoni e lui cercava di sottrasi ad ogni incontro. Finché, non resistendo più la volle rivedere ancora una volta. Tale era la sua bellezza agli occhi dello sventurato che la ragione lo abbandonò. Pensò che forse anch'ella lo avrebbe ricambiato e maledì il destino che gli aveva negato di conoscerla anni addietro. La sera Azha osservava incantato l'orizzonte, la luna si specchiava nel lago calmo ed aveva il volto di lei. Come lei era radioso, risplendendo nella notte. Lirga riempiva la sua mente in ogni istante e, quello spettacolo della natura, non faceva altro che ravvivare il ricordo di lei. Avrebbe voluto cantarle il suo amore, avrebbe voluto sfiorare il suo collo con dolci parole, ma sapeva che ciò non gli era concesso. Il cuore di quella splendida creatura era già di un altro uomo, l'amava e rispettava troppo, per esporla ad uno scandalo. Eppure, ogni volta che la vedeva, il suo cuore aveva un tuffo ed il respiro gli veniva meno. Avrebbe voluto rivolgesi a lei con tutto il sentimento di cui era capace, ma la voce si affievoliva e la gola si seccava. Nel cuore della notte si svegliava pensando a lei, a come durante la giornata le fosse stato accanto, desiderando sfiorare la sua mano senza averne poi il coraggio. Il suo amore urlava allora in lui, con la disperazione del condannato che ancora non voglia perder la speranza.

Un urlo rauco e profondo che si spegneva nei suoi occhi, tristi e trasognati. Quell'urlo lo accompagnava fino all'alba, quando, incapace perfino di esser stanco, si vestiva e si recava a palazzo, dove la giornata trascorreva in attesa di un suo cenno. Impegnato com'era a far la guardia ad ogni sentimento, in modo che non gli sfuggisse qualche espressione inopportuna che a lei tradisse ciò che provava, si trascinava tra questioni di lavoro. Fino a quando a sera tarda non ritornava stanco verso casa, accompagnato dalla notte buia, un buio in cui ci si poteva perdere in un attimo. Esattamente ciò che lui provava nell'osservare gli occhi suoi. Immerso in quei pensieri rincasava e, senza neanche rendersene conto, si ritovava nuovamente assorto ad osservar la luna che nel lago risplendeva. In breve deperì ed iniziò a trascurare il suo lavoro, folle d'amore di nuovo maledì il destino, si fortemente e con tale convinzione che questi se ne ebbe a male. Una mattina, al sorgere del sole, mentre stancamente l'uomo si vestiva, il destino gli si presentò in forma di civetta. Gli disse: "Che hai da lagnarti, uomo. Non sei forse stato favorito più di molti altri dalla mia attenzione ? Non sei forse stato graziato da molti onori e da ricchezze? Credi forse che io non abbia ascoltato a lungo le tue grida ? Posso leggere il tuo cuore, ma non posso farvi nulla, perché, allo stesso modo, devo rispettare i sentimenti di colei che ami. Datti pace dunque e chiedi dell'altro, affinché io non abbia ad ascoltare la tue maledizioni e, stanco di te, ti tolga quanto hai indegnamente avuto". Sorpreso dall'incontro, Azha, che era pur sempre stato un uomo saggio, chiese al destino che almeno lo aiutasse ad aver pace. Il destino si impietosì e gli chiese cosa all'uomo ricordasse maggiormente la sua amata, questi senza esitare rispose: "Il riflesso della luna piena nel lago! Ne son certo, come lei é splendente e muta forma per la brezza che ne increspa le acque", "E sia dunque", sentenziò la civetta, "se tanto ti é cara questa donna da non poterne star lontano, sarai il lago. Così da averla in te anche se non puoi toccarla ed esser una sola cosa con lei, pur se distanti". Ed in un lago, trasformò lo sventurato. Da allora il lago é immobile e sereno sul fondo della valle, ma gli abitanti del luogo dicono che, nelle notti di luna nuova, si ode un grido di dolore ed un lamento provenire dal suo fondo.